La volontà
Esperienze della Psicosintesi – 4

La volontà: siamo davvero liberi?

Trovare il proprio centro, fare l’esperienza dell’io (v. L’Io o sé personale – Esperienze della Psicosintesi 3), significa anche scoprire la propria volontà. Infatti, l’esperienza essenziale della volontà è quella di sentire dentro di sé quest’unità tra io e volere, sentire che siamo un “io-che-vuole”. Assagioli ha definito la volontà con queste parole:


“essa non è qualcosa di duro, rigido, che dà ordini e impone proibizioni. Invece ha essenzialmente una funzione di regolazione. Un’analogia è il direttore d’orchestra, che non suona egli stesso uno strumento ma dirige i suonatori dei vari strumenti” (che sarebbero poi le nostre varie subpersonalità, la nostra molteplicità interiore).

Dunque, la volontà non ha nulla a che vedere con il senso del dovere, con la repressione di parti di noi, oppure con lo sforzo e la durezza. La sensazione di sforzo è, infatti, solitamente collegata con un allontanamento da noi stessi poiché origina dall’insoddisfazione per ciò che siamo. Ecco perché, come già per la disidentificazione, anche l’esperienza della volontà autentica è possibile solo se abbiamo raggiunto un sufficiente grado di conoscenza e di accettazione di noi stessi (v. La tecnica dell’Accettazione). In caso contrario il suo uso potrebbe essere distorto da moventi inconsci. Pertanto quella che, spesso, crediamo essere volontà si rivela testardaggine o rigidità, tratti che connotano piuttosto una parte di noi, una subpersonalità, non l’io.

Volontà è invece scoprire di essere internamente liberi, è un’esperienza profondamente liberatoria. La volontà che ha origine dal nostro centro, non è a scapito di nulla; non impone ma coordina, non spinge, non condanna né reprime, semplicemente libera e dirige. È dunque il nostro personale vissuto di libertà che ci permette di comprendere se l’esperienza che stiamo vivendo sia autentica o meno.

Infine volontà è anche decidere che significato dare alla nostra esistenza e quale atteggiamento coltivare nei confronti di quello che ci accade. È scoprire il nostro potere e la nostra responsabilità, intesa come “abilità di rispondere” a noi stessi, alle varie parti di noi, agli altri e alla vita.

Ci sarebbe ancora moltissimo da dire sulla volontà:

  1. sui differenti momenti che caratterizzano la sua esperienza:
    – scoprire che esiste una volontà
    – scoprire di avere una volontà
    – scoprire di essere una volontà;
  2. sui suoi diversi aspetti:
    – scoprire che esiste una volontà
    – scoprire di avere una volontà
    – scoprire di essere una volontà;
    – energia
    – abilità
    – bontà
    – trans personalità;
  3. sulle sue qualità:
    – energia
    – dominio
    – concentrazione
    – determinazione
    – perseveranza
    – iniziativa
    – organizzazione;
  4. sui diversi stadi dell’atto volitivo:
    – formulazione dello scopo
    – deliberazione
    – decisione
    – affermazione
    – pianificazione
    – direzione dell’esecuzione.

Questi argomenti sono già stati ampiamente trattati in molti altri contesti e qui tengo piuttosto a riportare un brano, redatto da Assagioli stesso, che esprime in maniera esemplare la concezione di volontà veicolata dalla Psicosintesi. Si tratta del resoconto dell’esperienza della carcerazione da lui vissuta all’epoca del regime fascista. Così scrive dalla prigione:

“Capii che ero libero di assumere uno fra molti atteggiamenti nei confronti di questa situazione, che potevo darle il valore che volevo io, e che stava a me decidere in che modo utilizzarla.

Potevo ribellarmi internamente e imprecare; oppure potevo rassegnarmi passivamente e vegetare; potevo lasciarmi andare ad un atteggiamento malsano di autocompatimento e assumere un ruolo di martire; potevo affrontare la situazione con un atteggiamento sportivo e con senso dell’umorismo, considerandola un’esperienza interessante (quella che i tedeschi chiamano ‘Erlebnis’). Potevo trasformare questo periodo in una fase di riposo, in un’occasione per riflettere tanto sulla mia situazione personale – considerando la vita vissuta fino ad allora – quanto su problemi scientifici e filosofici; oppure potevo approfittare della situazione per fare un allenamento psicologico di qualche genere; infine, potevo farne un ritiro spirituale.

Ebbi la percezione chiara che l’atteggiamento che avrei preso era interamente una decisione mia: che toccava a me scegliere uno o molti fra questi atteggiamenti e attività; che questa scelta avrebbe avuto determinati effetti, che potevo prevedere e dei quali ero pienamente responsabile. Non avevo dubbi su questa libertà essenziale e su questa facoltà e sui privilegi e le responsabilità che ne derivavano: una responsabilità verso me stesso, verso il mio prossimo e verso la vita stessa o Dio.”

Assagioli, Libertà in prigione, Istituto di Psicosintesi, Firenze, 2018

In carcere Assagioli comprende che le vere prigioni sono quelle che ci costruiamo noi stessi reagendo in maniera istintiva alle situazioni. La detenzione gli permette di raggiungere l’indipendenza rispetto alle circostanze esterne, di conquistare quella libertà interiore “senza la quale – dice lui tutte le altre sono insufficienti”. E in prigione comprende anche che il compito della sua vita è proprio quello di aiutare uomini e donne a liberarsi dalle loro prigioni interiori per aiutarli a divenire ciò che essi realmente sono, per aiutarli a realizzare il loro modello ideale (v. Il modello ideale – Esperienze della Psicosintesi 5).

Per approfondire:

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